Ernesto Ferrero

Primo Levi, vita e opere

La vita e le opere del grande scrittore che ci ha insegnato a ragionare e a distinguere, ad avvicinare i segreti della bellezza della materia vivente, a fissare l’orrore senza disperare.

Primo Levi non è soltanto il testimone insuperabile dello sterminio degli Ebrei e il custode della memoria, ma anche l’analista della “zona grigia”, il narratore della felicità del lavoro creativo e di profetici apologhi fantascientifici, il romanziere di una ritrovata identità ebraica, l’enciclopedista curioso e divertito, il linguista, lo zoologo, il poeta, il maestro della scrivere chiaro che “ha sempre una parola in più degli altri scrittori”. La sua opera fonde tensione etica, capacità d’osservazione e rigore dell’indagine nel cercare di rispondere alla domanda fondamentale: è questo l’uomo?
Il volume di Ernesto Ferrero, che ha potuto seguire il percorso creativo di Primo Levi dall’interno della redazione Einaudi, ce lo restituisce nella sua complessità e ricchezza, dalla classica misura d’equilibrio di Se questo è un uomo all’approdo di I sommersi e i salvati, vero capolavoro antropologico. 


Primo Levi antropologo della normalità

Vorrei partire da un piccolo episodio personale. Ho conosciuto Primo Levi nel febbraio 1963, un mese prima dell’uscita de La tregua. Ero appena entrato all’ufficio stampa della casa editrice Einaudi, e non avevo ancora letto Se questo è un uomo, rifiutato da Einaudi nel 1947 e poi invece pubblicato nel 1958 in una nuova edizione con un trentina di pagine nuove.Non sapevo niente di lui, ma mi bastarono le prime tre pagine per capire che avevo tra le mani un grande libro di grande letteratura.
Diventammo amici, sia pure al modo in cui lo sono molti torinesi. Con riserbo, spendendo poche parole, facendo le cose che c’erano da fare senza parlarne troppo. Io cercavo di trasmettere ai recensori il mio e nostro entusiasmo ad ogni suo nuovo libro che usciva, ma non ce n’era bisogno. I libri di Primo la strada se la trovavano benissimo da soli. Più della critica, contavano i lettori, il bocca-a-bocca.

Ci vedevamo soprattutto in casa editrice. L’unica sera in cui mia moglie ed io riuscimmo ad averlo ospite a cena (non poteva e non voleva abbandonare la madre molto anziana, ospitata a casa sua, costretta al letto da anni) Primo portò in dono a nostra figlia bambina una cavia di peluche. Lo disse lui, che era una cavia, perché non avrei saputo dare un nome esatto al tenero batuffolo bianco e marrone chiaro. Ci commosse (ma non sorprese) il fatto che fra tanti altri animali di peluche più ovvii, come gli orsi e gli scoiattoli, lui fosse andato a scovare chissà dove proprio una cavia.

Non era un’autorappresentazione simbolica. Primo non metteva mai avanti se stesso, in questo assai simile all’amico Italo Calvino, che preferiva le posizioni defilate, in secondo piano, e come il Barone rampante guarda il mondo dai rami di un albero: un ottimo punto d’osservazione. Anzi, se mai Primo ha sempre cercato di occultare le proprie tracce, presentandosi come scrittore della domenica, chimico che scrive, dilettante senza pretese. Temeva l’aggressività dell’ambiente letterario, temeva d’essere considerato un intruso perché per campare dirigeva una fabbrica di vernici isolanti.  Così ha accreditato lui stesso la leggenda di Se questo è un uomo come libro che s’era fatto quasi da solo, nato dall’urgenza di dire, raccontare, rendere testimonianza. Mentre, al contrario, è una costruzione meditata, progettata ed eseguita con rigore professionale, anche se l’autore all’epoca aveva ventisette anni.

Torniamo alla cavia. Quando la vidi, pensai alla frase di un sopravvissuto di Hiroshima, che Elsa Morante aveva voluto mettere in epigrafe al suo romanzo La Storia: “Non c’è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte”.

Primo era d’accordo con Aldous Huxley: un romanziere dovrebbe essere uno zoologo, o comunque tenere in casa molti animali. Da loro c’è sempre da imparare. Tra le tante cose che era, Primo era anche un attento osservatore di comportamenti animali, un etologo. Mi piacerebbe raccogliere in volume i racconti e le poesie che ha dedicato agli animali. Non a caso le ultime cose che ha scritto sono proprio tre dialoghi con un gabbiano, una giraffa, un ragno femmina, ognuno di essi portatori di un modo di stare al mondo.
Certo, Primo era stato uno dei tanti animali da laboratorio su cui i nazisti (ma diciamo pure i tedeschi) avevano condotto i loro immondi esperimenti di distruzione della personalità, prima  ancora che della corporalità. Lui non si era lasciato annientare, non era stato né passivo né rassegnato né complice.

Il neo-laureato partito per Auschwitz aveva impegnato ogni energia intellettuale, tutta la sua cultura già solida ed estesa, nutrita di scienza e tecnica, ma soprattutto di Dante, tutta la sua capacità d’osservazione per imprimere nella mente ogni dettaglio significativo dell’atroce esperienza, e poterlo poi restituire a tempo debito.

Con la sua cavia, Primo voleva attirare la nostra attenzione sul destino di tanti esseri viventi straziati senza colpa. Voleva dire che anche gli animali, le cose, gli oggetti più umili sono, per chi abbia mente e cuore per guardali, una fonte d’infinita meraviglia e delizia. Persino i marciapiedi cittadini sono degni d’osservazione, e rivelano un quantità di dettagli sui comportamenti degli abitanti. Persino la spregevole tenia, povero essere cieco costretto ad inventarsi una laboriosa nicchia di sopravvivenza nell’intestino degli uomini, è ammirevole per la creatività con cui interpreta il copione del dramma darwiniano. Questa curiosità, che poi era una speciale capacità di saper vedere (altro tratto che Levi divide con Calvino) è riaffermata esplicitamente in un racconto inedito scritto pochi mesi prima di morire, in cui Primo spiega in una sorta di lettera scientifica di stile settecentesco come mai, bollendo, un uovo diventa sodo, invece di liquefarsi. Ebbene, dice Levi:

Finché avrò vita, continuerò a meravigliarmi non solo delle uova, ma anche delle mosche, delle moschee, dei poliedri, dei granelli di polvere  dei ciottoli dei torrenti…Non esiste oggetto che non desti meravigli o curiosità, purché sia esaminato con l’occhio e fuoco e con sufficiente ingrandimento.

La ricezione dell’opera di Primo Levi, in Italia come all’estero, è stata segnata da fraintendimenti anche gravi. Per restare negli Stati Uniti, If this is  Man esce nel 1961 presso Collier Books con un titolo cambiato e fuorviante: Survival in Auschwitz. Sembra quasi un reportage, in cui l’accento è posto sulle disavventure del protagonista e sulla sua miracolosa sopravvivenza, quasi il libro raccontasse una serie di peripezie che si concludono con un happy end. A parte il fatto che il libro finisce su uno scenario di morte e desolazione (l’infermeria abbandonata a se stessa), il nuovo titolo elude l’interrogazione di fondo che sale da tutto il libro: è questo l’uomo? è il tedesco, il buon padre di famiglia che appartiene al Paese più civilizzato d’Europa, il Paese di Bach e di Goethe,  e pianifica lo sterminio con rigore burocratico? È l'ebreo prigioniero che diventa kapò, che collabora per guadagnare pochi giorni di vita? Auschwitz è stato un accidente della Storia, e come tale non più ripetibile, ma di fatto ripetuto ( pensiamo ai Gulag sovietici, la Cambogia,  il Cile, l’Argentina,  la Bosnia,  il Congo-Zaire, al Sudan…)?. Oppure Auschwitz non è un’eccezione, ma  una modalità inscritta nel DNA umano, è la rivelazione di un gene deviante pronto a scatenare la metastasi, il piacere sadico descritto da Sigmund Freud?

Queste sono le domande cui Levi ha cercato di rispondere per quarant’anni, questo il peso che ha portato sulle spalle quasi da solo.  Chi poteva dividere con lui le sue angosce? Non certo  i nichilisti alla Cioran, i quali potevano soltanto rispondere, alzando le spalle, che loro lo sapevano già; non i marxisti in crisi già tarlati dal dubbio che tra progetto sociale e biologia umana ci sia qualche scarto incolmabile; non i filosofi del  dopoguerra, eleganti, sottili, capziosi, ma assai poco propensi a misurarsi con le grandi domande di fondo.

Secondo fraintendimento americano. Nel 1965 esce la traduzione di The Truce, e anche stavolta l’editore decide di cambiare titolo. Ma The Reawakening è tutt’altra cosa di The Truce. Rimanda a una sorta di tranquillizzante ritorno alla vita. The Truce significa propriamente e letteralmente un momento di intervallo tra due fasi dello stesso drammatico conflitto, e non a caso il libro termina con l’incubo della sirena di Auschwitz che ritorna. Levi non è venuto per rassicurarci, tranquillizzarci, dirci che l’incubo è finito. Al contrario, vuole turbarci, invitarci a raddoppiare la vigilanza, perché come lui stesso dice, “è successo, dunque può succedere ancora”. E difatti è successo, succede ogni giorno. Levi vuole stimolarci ad approntare strumenti interpretativi sempre più rigorosi.

Nulla è più sbagliato di una lettura semplificata, ottimistica, banalizzante, edificante della sua opera. Levi non è un santo laico che ci stupisce con la misura classica del suo equilibrio di uomo giusto e sapiente. È un uomo di scienza e di scrittura, e come tale si comporta. Non vuole commuoverci. Non si lamenta, non si atteggia a vittima. Non vuole le nostre emozioni di lettori che, nel tranquillo riparo delle loro case, si possono concedere il lusso di sentirsi buoni a costo zero.

Nella catastrofe della Shoah, è stata una fortuna per l’umanità che il vagone piombato partito dall’Italia nel febbraio e diretto ad Auschwitz trasportasse un inviato speciale, un antropologo che ancora non sapeva di esserlo, un giovane chimico che da grande avrebbe voluto fare lo scrittore ma già lo era. Non solo perché aveva scritto racconti e poesie, una delle quali, ambientata in una periferia milanese di fabbriche e opifici, parla di una sirena mattutina che richiama al lavoro, e sembra prefigurare le sirene agghiaccianti del Lager. Era scrittore perché pensava e praticava la letteratura come attività eminentemente conoscitiva.

Levi è in grado di elaborare un’interpretazione articolata dei fatti  perché ha un approccio razionale -non impressionistico, non retorico- che comprende una pluralità di discipline, dalle scienze esatte alla linguistica e all’etologia. Naturalmente sapere le cose non basta. Bisogna poi sapere trasmettere la conoscenza, come hanno fatto Galileo, Darwin o Freud, che erano anche ottimi scrittori. A lungo confinato nella categoria riduttiva del testimone, lo scienziato Levi è un grande scrittore. Essere testimoni non basta. Bisogna saper vedere, capire, raccontare. Scrittore è appunto chi sceglie tra i mille particolari che fanno un istante, una situazione, un evento, i dettagli che possono spiegarlo, interpretarlo, rivelarlo a se stesso. Il come si raccontano le cose è importante quanto le cose che si raccontano. La scrittura, lo stile, sono il luogo in cui tutto diventa vero e necessario.

Proprio perché è uno scrittore-scienziato, Levi non si accontenta dei risultati già acquisiti, ripete più volte le prove, le analisi, nell’ansia di non essere mai abbastanza rigoroso. Colpisce in lui l’accanimento con cui, fino alla fine, sottopone a verifica sperimentale i dati che ha raccolto.  Questo studioso di vortici, come si autodefiniva, l’uomo della ragione lucida e pacata, il presunto positivista, non ha mai nascosto la fascinazione per il suo contrario, per il caos, per l’impurità (“la vita nasce dall’impurità”, diceva). In questo è un vero figlio del Novecento. Sapeva che  l’intera esistenza umana  si svolge sotto il segno dell’ambiguità, della duplicità; che l’uomo, la “creatura confusa” di cui parla Thomas Mann, vive ogni giorno sulla sua pelle lo  scontro tra pietà e brutalità, errore e verità, senno e follia, generosità e egoismo. Per lungo tempo, da buon tecnico di laboratorio, Levi ha osservato gli effetti di questo ibrido sconvolgente e affascinante, consapevole di non poter separare il groviglio di carne e di mente, di alito divino e di polvere. Ha avvertito egli stesso:

Ho evitato i particolari crudi e le tentazioni polemiche e retoriche. Chi leggerà potrà avere l’impressione che gli altri, ben più atroci, resoconti di prigionia abbiano passato il segno; non è così, tutte le cose che si sono lette sono state vere, ma non era questa la faccia della verità che mi interessava. Neppure mi interessava raccontare delle eccezioni, degli eroi e dei traditori, bensì, per mia tendenza e per elezione, ho cercato di mantenere l’attenzione sui molti, sulla norma, sull’uomo qualsiasi, non infame e non santo, che di grande non ha che la sofferenza, ma è capace di comprenderla e di contenerla.

Per queste ragioni I sommersi e i salvati, che riassume quarant’anni di ricerche di riflessioni, è uno dei libri-chiave del Novecento. Un libro che dovrebbe essere consegnato ad ogni cittadino che entra nella maggiore età, insieme a una copia della Costituzione, per fornirgli una bussola per il navigare nel mondo in cui sta entrando.

Levi non è un antropologo dell’eccezionale, del caso-limite, del diabolico. Si occupa della inquietante normalità dell’uomo, della sua docilità ad essere manipolato, indottrinato, plasmato e infine scagliato contro un altro uomo. Levi lavora sull’uomo così com’è. Ne conosce i limiti e le debolezze, ma non ne fa oggetto di condanna moralistica o di deprecazione. Non dimentica, non semplifica. Riconosce all’uomo l’impossibilità di soffrire le sofferenze di tutti, ma ribadisce l’importanza di non ”rendere il colpo”, di non avviare la spirale della vendetta, che degrada la vittima allo stesso livello del suo oppressore. Mette in discussione anche e soprattutto se stesso. Non si perdona nulla, i piccoli furti che ha dovuto fare in Lager per sopravvivere  o la goccia d’acqua negata a un compagno. Non giudica gli altri, ma con se stesso è addirittura spietato. Torna ad analizzare fino in fondo il sentimento di vergogna che provano i sopravvissuti. Riafferma il concetto tante volte espresso che “sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della ‘zona grigia’, le spie”; che il Lager può essere raccontato solo da che l’ha sperimentato fino in fondo. Smonta e rimonta i meccanismi della memoria per denunciare la loro debolezza. Gli sembra di non essere mai abbastanza imparziale, nemmeno quando studia le giustificazioni addotte da Eichmann e da Hoess, il comandante di Auschwitz che aveva inventato le camere a gas.

Scrive che gli stessi prigionieri non sono i testimoni ideali, e non per loro colpa.  Potevano difficilmente acquisire una visione d’insieme del loro universo: non sapevano nemmeno dov’erano, dov’erano gli altri Lager, per chi lavoravano, e perché. I loro occhi erano fissi al suolo, per trovare qualcosa da mangiare o da scambiare con altri. Chi poteva avere una visione più complessiva apparteneva alla categoria dei privilegiati, che di solito finivano asserviti: per questo non hanno lasciato testimonianze attendibili. I migliori storici dei Lager sono stati coloro che sono riusciti a raggiungere un osservatorio privilegiato senza piegarsi a compromessi. Spesso erano dei politici, dotati di categorie concettuali più raffinate per interpretare i fatti.

La memoria umana è dunque uno strumento fallace. I ricordi non sono incisi sulla pietra, tendono a cancellarsi, a modificarsi sotto la spinta di traumi, l’interferenza di altri ricordi, repressioni, rimozioni. La memoria delle stesse vittime rimuove le ferite più gravi e ama soffermarsi sui momenti di requie, sugli episodi comici o buffi.

In una pagina molto bella, Raffaele La Capria ha scritto che la memoria si comporta come uno scrittore: riscrive incessantemente il ricordo originale in una serie di elaborazioni progressive, di stesure che lo abbelliscono, lo modificano, lo completano delle parti mancanti. Cito: “C’è una fantasia della memoria che opera a nostra insaputa e che non ritrova il passato prelevandolo bell’e fatto da un archivio di ricordi, ma se lo inventa di volta in volta ricostruendolo con un procedimento simile a quello di un narratore, partendo da un dato o pretesto qualsiasi, a seconda del caso o dell’occasione”.  La scrittura è un’interpretazione ogni volta nuova e diversa, che si sovrappone a una  realtà sempre più remota, e sempre meno attingibile.

Le vittime non sono automaticamente attendibili per il fatto di essere tali, né sono automaticamente buone. Levi ha avuto il coraggio di parlare del fenomeno del collaborazionismo, anche se non lo ha giudicato. Le maggiori responsabilità ricadono, ad Auschwitz come altrove,  sulle strutture dei regimi totalitari che avviano e gestiscono la macchina dell’asservimento. Nell’antropologia di Levi non esistono ruoli definibili con chiarezza. Vittime, carnefici e gente comune si incontrano nella zona neutra in cui si aggirano figure “turpi, miserevoli o patetiche”, che tuttavia non appartengono all’area dell’eccezionale, ma della normalità, anche se degradata. Restiamo nell’ambigua zona di nessuno tra chi comanda e chi subisce, in cui le responsabilità non sono nettamente definite, e l’appannarsi del senso morale conduce all’accettazione del peggio. La tanto citata “banalità del male” di cui ha parlato Hannah Arendt si incarna nella catena dei capi e dei capetti, nei “gerarchetti di retrovia”, nei “funzionari che firmano tutto”, che scuotono la testa ma acconsentono e  dicono: “Se non lo facessi io, lo farebbe qualcun altro peggiore di me”.

Di lì il discorso si allarga alle pulsioni profonde che muovono sugli uomini  (“Una certa misura di dominio dell’uomo sull’uomo è inscritta nel nostro patrimonio genetico di animali gregari”). Analizza i meccanismi del potere:  quanto più è ristretto, tanto più il potere ha bisogno di complici e collaboratori esterni, che lega a se compromettendoli, così da costringerli a non poter più tornare indietro. Studia i comportamenti degli oppressi:  tanto più dura è la repressione, tanto più è diffusa in loro la disponibilità a collaborare col potere. Dallo studio delle reazioni quanto meno ambigue dei tedeschi del dopoguerra si possa alla puntuale contestazione della cosiddetta storiografia revisionista, che tende a minimizzare o addirittura a negare la realtà dello sterminio degli ebrei.

Tra i riscontri critici che I sommersi e i salvati ottiene in Italia, Levi ha dichiarato di prediligere quello di Giovanni Raboni, che lo aveva definito «essenzialmente polemico e ‘irritante’». Un libro che non sollecita  il consenso, ma vuole piuttosto  il disagio di chi ha rinunciato a sapere di più, a rivoltarsi. La sua importanza e tempestività consistono invece nel riproporci la nuda, insuperabile oggettività dei fatti; nello sfidare le sottigliezze dell’intelligenza in nome di un “solido, dolente senso comune”; nell’opporre alla labirintiche delizie della complessità “una memoria elementare, opaca, faticosa”.

Da buon chimico, Levi non si è stancato di distinguere gli elementi, di pesarli, di analizzare le loro proprietà. Per lui la conoscenza passa dalla mani, dal naso, dai sensi, come accade a “ogni ingenuo realista”. Non ha l’ambizione filosofica di arrivare alla radice assoluta della conoscenza, vuole soltanto “scendere da un livello all’altro, cercando ogni volta di comprendere un po’ di più rispetto a prima”. Rifiuta le interpretazioni totalizzanti e la scorciatoia delle ideologie, si sottrae alla tentazione di attribuire i fatti a una supposta “natura” dei tedeschi. Sa bene di non poter attingere la verità o la realtà: “Ho soltanto ricostruito un segmento, un piccolo segmento del mondo. In un laboratorio industriale, questa è già una grande vittoria”.

Alla fine del suo percorso scrittorio, Levi sembra voler assumere ancora una volta i panni del bastian contrario, che si muove in controtendenza, che non appare mai là dove te lo aspetti. Nell’immediato dopoguerra, quando l’Italia è immersa nel fervore della ricostruzione e in una rimozione di quel che è appena accaduto, ci chiede di riportare lo sguardo su quello che è appena capitato. Verso la fine degli anni ’50, quando si è creato un sufficiente distacco storico per studiare la Shoah, scrive racconti che hanno l’aria del divertimento scientifico, e sfida l’ipocrisia del “politicamente corretto”, che lo vorrebbe fissato nel santino del martire e testimone. Negli “anni di piombo” del terrorismo italiano osa affermare che il lavoro non è soltanto schiavitù e alienazione, e che anzi saperlo svolgere con passione e competenza può addirittura rappresentare una buona approssimazione alla felicità.  Ai profeti di sventura, che annunciano il collasso delle società complesse, diventate troppo fragili per via della complicazione dei loro sistemi di controllo, oppone una sorridente fiducia nelle capacità dell’homo faber, che riuscirà a rimediare ai suoi stessi errori. All’inizio degli anni ’80, quando in Italia si celebrano i fasti di un nuovo superficiale edonismo, torna a sottoporci una tragica verità: Auschwitz è sempre, ciò che è stato può essere ancora; siamo noi stessi, i presunti “normali”, i potenziali abitanti della città del Male. Basta poco per trasformarci nei complici degli assassini di massa.

Il messaggio di Primo Levi non è mai stato catartico, conciliante, rassicurante. Levi non cerca la pacificazione, non è un positivista che vuole  ristabilire l’ordine violato del mondo iscrivendolo nelle caselle di una griglia prefissata.

Ha affrontato a viso aperto, attraverso strategie letterarie sottili e magari dissimulate,  le tensioni, le scissioni, le contraddizioni del ‘900, a cominciare dalle “spaccature paranoiche” che attribuiva a se stesso.  Ma ha anche rivendicato una “flessibilità intellettuale che non teme le contraddizioni, anzi le accetta come un ingrediente immancabile della vita”; ha operato dei cortocircuiti tra istanze d’ordine e curiosità trasgressive, ha vagheggiato la creazione di nuovi ibridi, non si è sottratto  al rischio del mostruoso. Come ha scritto (rivendicato) egli stesso, l’impostazione scientifica della sua mente poteva convivere con l’attrazione per l’assurdo, l’amore dell’ordine naturale con il gusto di sovvertirlo con giochi combinatori, l’umanesimo con una “educata malvagità”. È nota la sua passione per gli ibridi. Tale si sentiva egli stesso:

Levi cerca la chiarezza non attraverso lenti approfondimenti o un’estenuata ricerca di sfumature, ma tramite uno scontro, una scintilla che scocca tra i due poli contrapposti dell’ossimoro. Pier Vincenzo Mengaldo ha dimostrato in un saggio magistrale, vero caposaldo degli studi leviani, che è proprio l’ossimoro, la figura retorica degli opposti e dei conflitti,  la chiave per comprendere l’atteggiamento con cui Levi guarda allo spettacolo di una realtà “affascinante e sinistra”, nelle contraddizioni sue e degli uomini. Ossimori a due o addirittura a tre elementi (“turbato, diffidente e commosso”; “un viso alacre, ridente e triste”) che rappresentano “il massimo omaggio che la razionalità di Levi, naturalmente chiara e distinta, e semplificatrice, abbia reso alla complessità ardua, al caos, alla contraddittorietà ed ambivalenza, irriducibili e conturbanti, che abitano tanta parte della realtà”.  

Levi è dunque venuto a insegnarci la diffidenza verso tutto quello che sembra facile, immediato, comprensibile. Per questo la sua non è un’archeologia, ma un laboratorio sempre aperto, affacciato sul futuro. Come il suo amico Calvino, pensa che dalla facilità vengono solo disastri. È abituato a muoversi in un ambiente ostile, difficile. Sa che la materia è ostile, opaca, ambigua, traditrice. L’universo è in preda a una feroce instabilità permanente. I mattoni costitutivi della materia sono governati dall’asimmetria: il tema della sua tesi di laurea ritorna ossessivamente negli ultimi scritti.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di coltivare l’inquietudine, il disagio e la vigilanza. La partita è sempre aperta, il laboratorio non può permettersi di chiudere, mai. Per difendere quel poco che resta dell’umano, occorre continuare a ripensare e a riscrivere la propria storia, inseguire nuovi documenti, vagliare altre prove, organizzarle in nuove ipotesi interpretative. Italo Calvino ha scritto che un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha dire.  Ebbene, la nostra comprensione di quel classico contemporaneo che è Primo Levi, patrimonio dell’umanità, è appena cominciata.

New York, ottobre 2009


Primo Levi anthropologist of normality

I would like to start by sharing a memory. I first met Primo Levi in February 1963, a month before the release of his book The Truce. I had just walked into the press office at Giulio Einaudi publishing house. I had not yet read If This Is a Man, which at first had been turned down by Einaudi in 1946, but was released in 1958 in a new edition with 30 additional pages. I knew absolutely nothing about Levi, but the first three pages were enough proof even to a beginner that he was reading a masterpiece.

We became friends, in the way many Torinese are friends: with discretion, reserve;  doing together the things that needed to be done without too much talking. I tried to convey to the reviewers our enthusiasm every time another one of his books was published. But really, Primo’s books could have found their way without my help. More than the reviews, what mattered were the readers, their word of mouth.

We would usually run into each other at the publishing house. Only once did my wife and I succeed in having him over for dinner, as he did not want to leave his elderly mother alone: she lived in his house, and had been bedridden for several years. On that occasion he brought a stuffed animal as a gift to our daughter. It was a guinea pig, he explained, when I couldn’t name the fluffy brown-and-white toy. We were moved (but not surprised) by the fact that instead of choosing a typical teddy bear or bunny, Primo had gone to the trouble of looking for this unusual animal. The guinea pig, though, was not meant as a symbolic self-representation. Primo was not a self-promoter, like his friend and fellow writer Italo Calvino (and like Calvino’s fictional Baron, who looks at the world from the tall branches of a tree). Primo always preferred a background position and tried to hide his traces, presenting himself as a dilettante writer—a chemist who writes in his spare time.

He feared the aggressiveness of the literary world; he was afraid of being considered an outsider because he ran a factory that made insulating paints. That is why for many years he presented If This Is a Man as a book born almost organically out of the necessity of telling, and bearing witness to the facts. On the contrary, If This Is a Man is a carefully constructed, masterly meditated piece of work, projected and executed with absolute professional rigor, although the author was only 27.

And back to the stuffed guinea-pig—when I first saw it, I thought of a quote from a Hiroshima survivor that Elsa Morante had used as an epigraph to her novel La Storia: “There is no word, in any human language, to comfort the guinea pigs, who do not know the reason why they die.” Primo agreed with Aldous Huxley: a novelist should be a zoologist, or at least have many animals in his or her home. There is much to be learned from them.

Primo was an acute observer of animal behaviors, and some of his last writings are dialogues with animals: a seagull, a giraffe, a she-spider. He himself had been treated like an animal, one of the lab rats on which the Nazis had carried out their lurid experiments, destroying personalities before they destroyed bodies. He had managed to resist and to avoid being annihilated; he had not been passive or resigned or an accomplice.

The newly minted graduate sent to Auschwitz had used all his intellectual energies—all his solid and broad classic learning, built on science and technology but mostly on Dante, and all his powers of observation—to imprint into his mind every significant detail of his atrocious experience, so as to be able later to transfer it to paper.

With his gift of a guinea pig, Primo wanted to draw our attention to the destiny of the many innocent living beings tortured without a reason. He also wanted to highlight the fact that animals and things, even the humblest objects, can be an infinite source of wonder and pleasure for those who can see through them with their eyes and mind. The city byways are fully worthy of our attention, and they can reveal countless details about their inhabitants’ behaviors. Even the repellent tapeworm, a poor blind creature forced to devise its laborious survival niche in the human intestine, is admirable for the creativity it puts into performing the great Darwinian drama.

Such curiosity, which is actually a special ability to see (another trait Levi shared with Calvino), is explicitly reaffirmed in an unpublished short story written a few months before his death. In it Primo explains, in the style of a scientific letter of the 18th century, why, via boiling, an egg becomes solid instead of liquid.

Writes Levi: “For as long as I live, I will continue to marvel not only at eggs, but also at flies, mosques   [an untranslatable joke between mosche, flies, and moschee, mosques], polyhedrons, specks of dust, and river stones. . . . There is no object that fails to elicit marvel or curiosity when observed by a focused eye in sufficient proximity”.

Primo Levi’s work has been seriously misunderstood for many years, both in Italy and abroad. In the United States, If This Is a Man  was published in 1961 by Collier Books with a different, and misleading title: Survival in Auschwitz. It makes the book sound like a war report, emphasizing the protagonist’s trials and tribulations, and concluding with a happy ending. Besides the fact that the actual work ends with a scene of death and desolation (the abandoned infirmary), the new title avoids the question posed in the original title: Is this man? Is it the German, the good family man who belongs to the most civilized country in Europe, the country that produced Bach and Goethe, and that plans an extermination with bureaucratic rigor? Is it the Jewish prisoner who becomes a Kapo, collaborating to gain a few more days of life? Was Auschwitz an accident in history, and as such it cannot be replicated? But in fact it has been replicated (in Soviet gulags, Cambodia, Chile, Argentina, Bosnia, Congo-Zaire, and Sudan). Or is Auschwitz the rule rather than an exception? Is it imprinted in the human DNA, a deviant gene ready to unleash a metastasis, the sadism described by Sigmund Freud?

These are the questions that Levi tried to answer for 40 years, and this is the burden he carried on his shoulders. Who could have shared his anguish? Not the nihilists, such as the French-Rumenian philosopher Emil Cioran, who would just shrug and say that they already knew all of this. Not the Marxists, who were already  tormented by the doubt  that between social project and human biology there might be some gap that could never be filled. Not the postwar philosophers, who were elegant, subtle, and captious, like the so called Italian masters of weak thought, but not likely to test themselves with such fundamental questions.

The second American misunderstanding: in 1965 the translation into English of The Truce was released, and once again the publisher decided to change the title. But the new title, The Reawakening, conveyed a sort of peaceful return to life. But  “Truce” literally means a moment of pause between two moments of the same dramatic conflict. It is not a coincidence that the book ends with the nightmare of the siren in Auschwitz returning to haunt the protagonist. Levi has not come to reassure us and tell us that the nightmare, that the war is over. War is not over at all. War is ever, as an unforgettable character of The Truce, Cesare, says. On the contrary, he wants to disturb us and invite us to double our guard, because, as he puts it, “it happened, therefore it can happen again.”

And in fact happened and keeps happening, every day. Levi wants us to sharpen our interpretive tools. Nothing is less appropriate than a simplistic, optimistic, soothing reading of his work. Levi is not a secular saint trying to impress us with his classical balance of justice and knowledge. He is a scientist and a writer, and he acts as such. He is not trying to move us. He does not complain or play the victim. He does not care for the compassionate tears of readers who can enjoy the luxury of right-feeling in the cozy shelter of their comfortable homes.

Within the catastrophe of the Shoah, humanity was fortunate that the train leaving Italy for Auschwitz in February 1944 was transporting a very special envoy: an anthropologist not yet aware of his talent; a young chemist who would later become a writer and who had already written short stories and poems. One of them, set in a Milanese suburb among factories, describes a morning siren, announcing the start of the workday, that seems to prefigure the chilling sirens of the camps. Levi is capable of elaborating an articulate interpretation of the facts because his approach is rational (not impressionistic, not rhetorical) and comprises a wide range of disciplines, from the sciences to linguistics and ethology. Of course, knowledge in and of itself is not enough: it needs to be transmitted, as Galileo, Darwin, and Freud, all excellent writers, were able to do.

Long described as a mere witness, Levi the scientist is a great writer, among the greatest in the Italian postwar panorama. Witnessing is not enough. It is necessary to be able to see, understand, and tell. A writer has the ability to choose among the thousand details that compose an instant, a situation, or an event—those very details that explain, interpret, and reveal it. Writing is the place where everything becomes true and necessary. Precisely because he is a scientist and writer, Levi is not satisfied with his initial results but repeats his tests multiple times. Till the very end, he keeps checking experimentally all the data gathered. This expert in vortexes, as he described himself, the calm rationalist, the presumed positivist, never hid his fascination with the opposite: chaos and impurity. As he used to say, “Life is born out of impurity.”

In this respect, Levi was a son of the 20th century. He knows that the human existence unfolds amid ambiguity and duplicity. He knows that the human being, the “confused creature” described by Thomas Mann, faces every day in first person the clash of mercy and brutality; error and truth, wisdom and folly, generosity and selfishness. For the longest time, as a conscientious laboratory technician, Levi observed this hybridity, appalling and fascinating at once, knowing that the entanglement of flesh and mind, divine breath and dust, can not be undone.

Levi warns us:  “I have avoided brutal details and rhetorical or polemical temptations. The readers may think that other more atrocious reports have gone overboard. While this is not the case, this is not the aspect of truth that I am interested in.  Nor did I want to recount exceptions, of heroes and traitors, but I tried to concentrate on the multitude, the norm, the ordinary man, who is not a bastard nor a saint, whose only asset is pain, but he is able to understand it and contain it”.

For these reasons The Drowned and the Saved, that summarizes 40 years of researches and reflections, is one of the key books of the 20th century. A book that should be delivered to every citizen who reaches adulthood, along with a copy of the Constitution, to furnish him o her a compass to navigate the world.

Levi is not an anthropologist of the exceptional, of the extreme-case, of the devilish. He is concerned with the disturbing normality of the human being, of his promptness to be manipulated, indoctrinated, forged and then thrown against another man. Levi works on the man as is. He knows his limitations and weaknesses, but does not make them the object of a moralistic condemnation. He does not forget and does not simplify. He recognizes to the human being the inability to suffer everybody’s pain, but he insists on the importance of not returning the blow, of not entering the spiral of revenge, that degrades the victim to the same level as its oppressor. He reaffirms the idea that often it is the worst who survives, the most selfish, the most violent, insensitive, the collaborators of the “grey zone,” the spies. That the Lager can be described only by those who lived it completely. He dismantles and remounts the mechanisms of memory to denounce their weakness. He feels that he is never impartial enough, not even when he studies the justifications invented by Eichman and Hoess, the Auschwitz commander who had invented the gas chambers.

He writes that the prisoners are not ideal witnesses, not by their own fault. They could hardly acquire an overall vision of their universe. They did not know where they stood, where the others were in the Lager, for whom they worked and why. Their eyes where fixed to the ground in search of something to eat or to exchange.

Those who could have a more complete vision belonged to a privileged category and usually ended up enslaved: this is why their testimony is not reliable. The best historian of the Lager is the one who was able to reach a privileged observatory without accepting compromises. They were often politicians provided of finer intellectual categories to interpret the facts.

Human memory is a defective instrument. Memories are not engraved in stone. They tend to change and evanish under the weight of traumas, the interference of other memories, repressions, and denial. The memory of the victims removes the most profound wounds and concentrates on the moments of respite and on funny episodes.

In a beautiful statement, Raffaele La Capria wrote that memory behaves like a writer: incessantly re-writes the original memory in progressive re-elaborations that complete and embellish it.

Quote: “There is a fantasy in memory that operates without us knowing it, and instead of finding the past in a well organized archive, re-invents it each time reconstructing it with a process that resembles that of the narrator, starting with a pretext rooted in circumstances”.

The victims are not reliable because they are victims nor are they necessarily good. Levi had the courage to speak about the phenomenon of collaborationism even though he does not judge it.

The main responsibilities fall, in Auschwitz like elsewhere, on the structures of the totalitarian regimes that start the machine of enslavement. In Levi’s anthropology, no clear roles are defined. Victims, perpetrators, and ordinary people meet in a neutral zone inhabited by miserable and pathetic characters, who are not exceptional, but normal.

We are in the middle zone between those who command and those who are subjugated, where the responsibilities are not neatly defined and the evanishing of the moral sense induces the acceptance of the worst. The so defined banality of evil of which Hanna Arendt spoke, is embodied in the category of the minor commanders, of the clerks who sign whatever document, who shake their head but accept and say: If I did not do it, someone worse than I would do it.

From there the analysis expands to he profound instincts that move human beings and on the mechanism of power: the narrower these mechanisms are, the greater is their need of outside collaborators, who are tied through compromise and can no longer escape. Levi studies the behaviors of the oppressed: the stronger the repression, the more widespread the collaboration. From the ambiguous reactions of post-war Germans, we pass to the so-called revisionist historiography that would like to minimize or even deny the extermination of the Jews.

Among the critical responses that The Drowned received in Italy, Primo said to prefer one by Giovanni Raboni who had defined him as “polemic and irritating, someone who does not demand consensus but rather the discomfort of those who did not seek to know more. Its relevance and urgency lie on the fact that the book offers the naked objectivity of the facts. That it challenges intellectual nuances in favor of a solid and suffered common sense. That it opposes to the labyrinth of complexity, an elementary and opaque memory”.

A chemist, Levi indefatigably continued to distinguish the elements, weigh them, and analyze their properties. For him knowledge passes through the hands, the nose, and the senses. He does not have the ambition to arrive to the absolute root of knowledge. He only wants to go from a level to another in an attempt to understand more than before. 

He refuses overall interpretations and the shortcuts of ideology and escapes the temptation to ascribe facts to an assumed nature of the Germans. He knows well that he cannot attain to the reality and the truth: ”I know that I reconstructed a segment, a small segment of reality. In an industrial laboratory this is a great victory”.

In his narrator’s journey, Levi wants to be the devil’s advocate, who proceeds against the currents and never appears there, where one expects it. Immediately after the war, when Italy is immersed in the fervor of reconstruction and the denial of what has just happened, Levi demands to go back and look. Towards the end of the 1950’s with a sufficient detachment from the Shoah, he writes short stories in the style of scientific divertissement, challenging the hypocrisy of the politically correctness that would like him to be taken as an icon of martyrdom and witness. In the years of the cold war he dares saying that work is not only slavery and alienation but that working with passion and competence is a good approximation to happiness. To the prophets of disgrace, who announce the coming collapse of complex societies, he oppose a positive confidence in the “homo faber” and in the ability of humanity to correct its own errors. 

At the beginning of the 1980’s, when Italy celebrates the fasts of a new and shallow hedonism, Levi returns to propose to us a tragic truth: Auschwitz always exists, and what has happened can happen again. We, the norm, are the potential inhabitants of the new city if evil. It takes little to become complicit with the new mass murders.

The message of Primo Levi was never cathartic, reconciling, or reassuring. Levi does not seek pacification, he is not a positivist who wants to re-establish the violated order of the world. Through literary strategies, often subtle and dissimulated, he faced the tensions and contradictions of the 20th century but at the same time claimed an intellectual flexibility that does not fear contradictions, but in fact accepts them as a necessary ingredient of life.

Levi enacted short-circuits between claims to order and transgressive curiosities, he imagined the creation of new hybrids, he did not subtract himself to the risk of the monstrous. As himself claimed, his scientific mindset was equally attracted to the absurd and the harmony of nature, which he enjoyed subverting; to humanism and educated evil.

Levi’s passion for hybridity is well known: Levi seeks clarity not through magnifying lenses or a strenuous search of nuances, but through the clash and a spark between the opposite poles of the oxymoron. In a superb essay, Pier Vincenzo Mengaldo showed that the oxymoron is key to understand Levi’s attitude toward the spectacle of a reality that is at once fascinating and sinister. His multiple oxymorons (for instance, “shaken, skeptical, and moved”) represents the highest homage that Levi’s rationality paid to the complexity, the chaos, the ambivalence that characterize great part of reality.

Levi teaches us diffidence toward all that seems easy, immediate, understandable. His work is not archeology but an ever open laboratory overlooking the future. Like his friend Calvino, Levi thinks that from easiness can come only disasters. He is used to move in a hostile environment. He knows that matter is ambiguous and is a traitor. The universe is possessed by a ferocious and permanent instability. The essential components of matter are governed by asymmetry: the topic of his doctoral dissertation returns obsessively in his last writings.

Today more than ever we must cultivate discomfort and awareness. The game stays open, the laboratory can not afford to close. To defend the little that is left of the human being we must continue to write our story over and over, go after new documents, consider new evidences, organize them according to new interpretative models. Italo Calvino said that a classic is a book that never stop saying what it has to say. Well, our understanding of that contemporary classic embodied by Primo Levi has just begun.

New York, October 26, 2009

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Editore: Einaudi
Anno: 2007
Pagine: 138

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Primo Levi antropologo della normalità


Primo Levi anthropologist of normality